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giovedì 22 maggio 2014

Raponzolo, Raperonzolo (Famiglia Campanulaceae)

Campanula rapunculus (Linneus) è una pianta erbacea biennale che possiede un fusto eretto, leggermente peloso, ramificato in alto. Le foglie basali sono di forma ovale, leggermente dentate e disposte a rosetta, mentre le foglie superiori sono lanceolate sessili e strette.

I fiori ermafroditi sono raggruppati in una infiorescenza racemose, con una luce corolla blu o viola a forma di campana, lungo circa due centimetri. Essi sono disposti lungo lo stelo in un cluster di fronte unilaterale abbastanza stretta. 

Il periodo di fioritura va da maggio a settembre. Il frutto è una capsula deiscente a forma di cono rovesciato con molti semi. La radice che si presenta come una piccola rapa  non contiene amido ma inulina la quale scindendosi produce levulosio anziché glucosio



In Italia è presente in tutte le regioni tranne Sicilia e Sardegna, cresce nei campi e nei luoghi incolti, al margine dei boschi e dei sentieri, negli oliveti e nei vigneti, dove predilige terreni freschi, senza ristagni d’acqua, fertili e tendenzialmente calcarei, si adatta però anche a quelli sassosi.

Fossi nato mille volte per altre mille volte vorrei rinascere solo per poter ancora una volta raccontare la favola di raperonzolo ai miei figli steso sul lettone grande. A Giovanni che si addormentava rannicchiandosi vicino tenendo, stretti nel suo pugno, i miei capelli. A Francesca che si sdraiava come una croce di sant'Andrea e si addormentava tenendo nella bocca il bordo masticato del suo fazzoletto, lei che mai ha posseduto un ciuccio né mai si è attaccata a un biberon. Ed io raccontavo di raperonzolo e dei suoi lunghi capelli di seta, del principe e della strega e della mamma ingorda di raperonzoli che ne barattò una manciata con sua figlia che per questo fu costretta a una lunga solitudine in cima a una torre. Tempi in cui le madri erano ragni pelosi e i padri irraggiungibili modelli da imitare. La misoginia dei Grimm sarà poi amplificata dal principe dei maschilisti: Walt Disney. Scompariranno addirittura le madri, ridotte solo a comparse o a matrigne perfide e streghe. E i padri "re leoni" assurgeranno ad assoluti protagonisti positivi delle vite favolose di Pocahontas, Fievel e poi sirenette, belle e bestie e Mulan varie
Ma torniamo a noi come si può barattare una figlia per dei raperonzoli? Difficili da trovare, con la radice grassoccia solo in inverno o all'inizio di  primavera quando già comincia a perdere quel sapore di noce che lo fa spiccare tra i nella sinfonia delle misticanze. Poi arriva l'estate e la radice è un arido pezzo di legno fibroso e senza sapore. In questa stagione la modesta piantina, abile a confondersi tra mille congeneri senza interesse alimentare o estetico, esplode con una lunga spiga fiorita di indaco. E uno passa per il prato fiorito di raperonzoli e si domanda come mai non li aveva notati prima alla fine dell'inverno quando li cercava per le sue insalate. Ma certo perché la pianta e modesta piccolina con un verde smorto. Bisogna poi trovarla anche in posti adeguati dove il terreno sia sufficientemente morbido o sabbioso da poter estrarre la radice senza che il lungo fittone si spezzi. Si la regina sapeva tutto questo e ancor di più sapeva che solo una strega poteva raccoglierne abbastanza per saziare le sue voglie di puerpera, che neanche i suoi cuochi gallonati o i suoi soldati più abili potevano di tanto.
PS Non dimenticate, dopo averla raccolta di pulire molto bene la radicina raschiandola con un coltellino in modo da lasciare alburno il fittone.




sabato 10 maggio 2014

Pimpinella romana (Famiglia Apiaceae)

La pimpinella (Tordylium apulum, L. e Tordylium officinale, L.) è stata un rompicapo per me e per il mio collega botanico, Alessandro Travaglini, che spesso disturbo per cercare di chiarire i miei dubbi sistematici. è stata un rompicapo perché la pimpinella, principessa di ogni misticanza che si rispecchi, lei che da un caratteristico odore canforato al concerto di sapori primaverile, beh lei NON è una pimpinella in senso stretto ricadendo queste nella medesima famiglia (Apiaceae, in buona compagnia con anice, prezzemolo e carota) delle "vere" pimpinelle, ma in tutt'altro genere, Tordylium e non Pimpinella. Ma lasciamo queste diatribe a chi ne sa più di noi e andiamo a descrivere la (le) piante che noi qui a Roma e dintorni chiamiamo pimpinella e che d'ora in poi io chiamerò pimpinella romana.
La pianta di solito forma una rosetta al suolo da cui si dipartono dei rami che raramente superano i 10-20 centimetri











 Le foglie sono leggermente pelose e pennate, con le foglie più basse ovale con segmenti dentati, e le foglie superiori con segmenti lineari. Ha 2-8 raggi primari. 






I fiori marginali hanno ciascuno 1 petalo bianco, allargato e profondamente bilobato. Le brattee e bratteole sono lineari a lungo sottolineato con la diffusione peli. Il frutto è orbicolare e appiattito, e di solito è di 5-8 millimetri.









Misticanza romana - Introduzione III

Dopo i primi passi nel mondo della misticanza, fatti inseguendo mio padre che si inerpicava dietro a quaglie e fagiani, cominciai a camminare da solo e i miei passi divennero spediti anzi speditissimi. Il 68 (che per me cominciò a ottobre, al liceo ginnasio statale Terenzio Mamiani di Roma) passò veloce e negli anni che vennero divenni presto quel che si suol dire un cattivo soggetto. Prima lotta continua poi India, canne e acidi, indiani metropolitani e, per finire, la realizzazione dell'utopia di un decennio fondando, insieme ad altri tre cattivi soggetti, una comune agricola: “la trinità" nei noccioleti di Capranica. La trinità non era solo un esperimento di “socialismo in un casale solo” era il punto di riferimento della gioventù rossa e bene di Roma nord. Ma io allora avevo altro per la testa che mischiarmi con i cittadini che cercavano un posto tranquillo per farsi un trip, io ero diventato contadino. La metamorfosi avvenne anche grazie al nostro vicino, Sergio. Sergio si vantava di aver visto una volta il mare, era stato quando era andato a fare il militare ma non ricordava quale e neanche dove. Ma di cose ne sapeva molte, contadino a tutto tondo mi insegnò come si sgozza un maiale, si forza il radicchio e si spollonano i noccioli, ma soprattutto mi insegnò a riconoscere almeno altre cinque erbe della misticanza. In realtà a fare misticanza non andavo con lui ma con la moglie, una signora che anagraficamente aveva una ventina d'anni più di me ma che in realtà aveva un corpo e una faccia senza tempo. Un giorno Sergio mi prese da parte e mi disse che lui non era geloso delle passeggiate che facevo con la moglie perché sapeva che ero un bravo ragazzo e non avrei mai approfittato di lei. Con impudenza giovanile stavo per mettermi a ridere, ma mi fermai in tempo. Sergio era mio amico e no, non lo avrei mai tradito neanche dicendogli che l'ultima cosa che mi sarebbe passato per la testa era fare la corte alla moglie. Se pur non appetibile, lei era una grande maestra e mi insegnò a distinguere:
pimpinella, caccialepre, cipicciosa, piede di gallo e indivia, quest'ultima in realtà scappata dagli orti e allignatasi nei campi.
Nel frattempo, più delle nascita della lotta armata, della crisi ideologica, del dilagare dell'eroina, stava avvenendo un cambiamento che mise termine alla nostra esperienza: la massiccia entrata della nocciola turca nel mercato tedesco e il conseguente crollo del suo prezzo in italia. Prime vittime di una globalizzazione agli albori e ancora un po' provincialotta, ognuno di noi prese la sua strada, chi per diventare proprietario di una ditta che costruisce depuratori, chi nella distribuzione all'ingrosso dei farmaci, chi a insegnare informatica alla sapienza e chi fisiologia a tor vergata. Mentre sergio, la moglie e il loro unico figlio rimasero li a capranica, un po' più poveri, perché i noccioli erano diventati più avari.

Questo post lo dedico a Sergio e a sua moglie di cui non ricordo il nome, che materialmente mi ha insegnato a conoscere la pimpinella.

martedì 8 aprile 2014

Caccialepre, Grattalingua, Terracrepolo (Compositae)


Caccialepre, Reichardia picroides (L.) Roth è una pianta erbacea, perenne fornita di una radice ingrossata dalla quale vengono emessi getti formati una rosetta basale di foglie verde-glauco, glabre con margini spesso purpurei. Le foglie sono tenere e carnosette e contengono un lattice dolciastro.


Le foglie hanno una forma variabile, sono allungate e possono essere intere ma più comunemente divise in piccoli lobi. 


Dalle rosette emerge uno scapo, alto fino a 40 centimetri il quale porta capolini cilindrici piriformi prima della fioritura, costituiti da fiori gialli, gli esterni in genere bruni o venati inferiormente da strie purpuree. Il caccialepre cresce comune sui terreni sassosi, le scarpate e sugli incolti aridi fino ai mille metri di altitudine.


giovedì 3 aprile 2014

Misticanza presa di corsa, con tagliata di tonno al sesamo

Ero indeciso sul da farsi, se fermarmi da Marco a prendere un po' di latte della mattina (erano le cinque e dopo l'ora legale, Marco munge le sue pecore verso le sette abbondanti) oppure fermarmi a prendere qualche asparago su un fosso, al margine del bosco su uno stradello che conosco io. Ma avevo bisogno di immergermi un po' nella natura, volevo sentire puzza di pecora o infilare la mano tra ispidi grovigli di asparagina, volevo veder passare una volpe che tornava alla tana con l'ultimo prelibato topo in bocca. Troppo ero stato in fila sul raccordo - grande e anulare - troppo il mio sguardo non aveva visto altro che macchine in fila e i palazzoni della Serpentara che non si avvicinavano mai. Decisi che ero troppo stanco per fare il formaggio, e ho optato per gli asparagi. Ma il sentierino nel bosco non è noto solo a me per essere prodigo di asparagi e una mano lesta di qualche paesano mi aveva tolto il piacere di una frittata di asparagi. Vidi la scarpata piena di pimpinella, molta in fiore, altra buona da cogliere, qualche caccialepre, del crespigno, cicoria no che li non ne cresce e non mi andava di tornare indietro verso Cesano a farne sui campi di Via prato corazza. Poi un po' di finocchietto per odorare il tutto. A casa avevo un rimasuglio di radicchio di quello buono e della ruchetta di supermercato. La misticanza era bella e fatta in cinque minuti.




Ricetta
Tonno: due tranci belli altini per due persone, sesamo, soia, limone, misticanza profumata (nella mia c'era finocchiella e pimpinella a dar verve al tutto), olio e tutto quello che vi piace per condire.

Ho preso i due pezzi di tonno e, mentre preparavo l'insalata, li ho messi in una ciotola a marinarsi con la soia. Ho condito l'insalata con olio e pochissimo aceto e poi ho "impanato" i tranci di tonno nel sesamo e l'ho cotti violentemente e brevemente usando una padella dal fondo spesso. Come potete vedere dalla foto in realtà il tonno non era scottato ma bello cotto. Non così da rimanere stoppaccioso ma abbastanza per farlo piacere alla mia signora che troppo crudo non lo sopporta. Scaloppato (mi si perdono il termine da programma televisivo) l'ho adagiato sulla misticanza e ho portato questa sinfonia di sapori a tavola. Prima di tagliar il trancio l'ho fatto raffreddare sul tagliere, quindi l'ho messo ancora tiepido sulla misticanza. Non preoccupatevi, il nerbo di questa insalata sopporta ingiurie anche più violente. Nella fretta e nella pigrizia di non riuscire da casa, avevo dimenticato il vino. Quello che avevo in casa non c'entrava molto e così ho pasteggiato ad acqua di Nepi, che tra le acque locali è quella che preferisco.


giovedì 27 marzo 2014

Tarassaco, Dente di Leone, Pisciacane, Piscialletto, Soffione (Famiglia Asteraceae)

Il tarassaco (Taraxacum officinale, Weber ex F.H. Wigg, 1780) è una pianta erbacea perenne non particolarmente alta con una lunga e robusta radice a fittone dalla quale si sviluppa la rosetta basale a livello del suolo. Le foglie sono lobate con margine dentato e senza nessun tipo di peluria. I fiori del tarassaco sono giallo vivo raccolti in capolini apicali portati da un lungo stelo alto anche 40 cm, liscio e cavo al suo interno.Da ogni fiore si sviluppa un achenio provvisto del caratteristico pappo. Si trova un po' dappertutto in Europa in prati e pascoli, ma spesso anche in aiuole e giardini.








Il tarassaco è un po' più amaro e coriaceo della cicoria ma ha un gusto simile, piacevoli, quando la pianta è giovane, alcune sue foglie tenere nella misticanza. Mio padre, la inseriva nel cesto delle "cicorie".

domenica 16 marzo 2014

Crespigno, Grespigno, Lattarolo
, Graspignolo (Famiglia Compositae)

Il crespigno (Sonchus oleraceus Linneo,  1753 ) è una pianta erbacea di solito annuale alta fino ad 1 m, con una robusta radice a fittone provvista di fusti eretti, ramosi dal basso, spesso rosso-violacei e cavi internamente.
Le foglie basali picciolate, riunite dapprima in rosetta, sono molli, opache, di forma molto variabile da lanceolate a roncinate, a triangolari. I fiori sono di un giallo intenso al centro, presentano spesso ligule più chiare esternamente. Si dischiudono di primo mattino e con l'intensificarsi del sole si richiudono dopo poche ore insofferenti al caldo.
Cresce ai bordi dei campi coltivati e delle strade, nei terreni ruderali, nelle vigne,  nei centri abitati tra le fessure dei vecchi muri e finanche dei marciapiedi. Estate e primavera evita solo le più gelate giornate invernale. Plinio il Vecchio sostiene che Teseo se ne nutrì prima di entrare nel labirinto per uccidere il Minotauro.

Il crespigno è buono da mangiare crudo in insalata quando è giovane, mano a mano che cresce va a finire nel pentolone della misticanza bollita a cui da robustezza e complessità. Non manchi mai qualche fogliolina nella insalata di campo, il leggero pizzicorino che le sue foglie spinosette provocano in bocca, stimolano la voglia di fermarsi e di prendere un boccone di pane casareccio che sempre deve accompagnare questo genere di insalata.





mercoledì 26 febbraio 2014

Cicoria comune, radice amara, radicchio di campo (Famiglia Asteraceae)

La cicoria (Cichorium inthybus, Linneus, 1753) è una pianta erbacea solitamente perenne con un vastissimo areale di distribuzione. Da noi si ritrova nei prati incolti, lungo le scarpate e ai lati dei sentieri e dei viottoli di campagna. La pianta possiede un rizoma che prosegue con una radice a fittone, affusolata che rimane bianca all'interno. Le foglie poste più in basso sono disposte a rosetta e si seccano nel periodo della fioritura che avviene in estate. Le foglie disposte lungo il fusto sono invece prive di picciolo ed avvolgenti il fusto che si presenta cavo e sottile, alto fino a più di un metro. I fiori sono numerosi, ermafroditi, disposti all'ascella delle foglie, di colore azzurro-lillà ed hanno la particolarità che si aprono all'alba e si richiudono la sera (pianta eliotropa). Ne esistono molteplici varietà coltivate.



La cicoria, appena spuntata in primavera o in autunno, è elemento fondamentale della misticanza (e di quella di Giorgio in particolare). Di seguito propongo una altra insalata, dove il gusto amarognolo di questa pianta è mitigato dal dolce dell'arancia e accompagnata da nocciole. 


martedì 26 febbraio 2013

Misticanza romana - Introduzione II


La prima persona che mi aprì gli occhi sulla bontà del cicorietta fu mio padre, che si chiamava Giorgio e che mi ha lasciato a maggio del 2012 all'età di 91 anni tondi tondi (in realtà mancava un giorno al traguardo). Mio padre, gran cacciatore di quaglie e di fagiani, mi portava spesso con lui. Io, piccolo, non portavo il fucile, mio incarico principale era contendere ai cani il riporto degli animali colpiti: quaglie nei campi di mais marchigiani, fagiani nelle brume toscane, qualche rara starna nelle pietraie delle colline tolfatane, merli e tordi tra gli oliveti sabini, allodole e fringuelli nei campi vicino Roma, lepri e pernici all'Aremogna, beccacce al tramonto lungo il margine del bosco ai radar di Anguillara.
Solo gli acquatici erano assoluta prerogativa del nostro cane Tom, che si buttava nelle acque gelide di Martignano a prender marzaiole, mestoloni, germani, folaghe, beccaccini o qualche non riconosciuto piviere o svasso. In realtà avevo anche un altro compito nella caccia, una volta che l'animale fosse stato colpito e io l'avessi raggiunto, dovevo certificarne la morte e legarlo ai laccioli o riporlo nella cacciatora. Nel caso fosse solo ferito, dovevo troncarne le sofferenze uccidendolo con le mie mani. Non racconterò come, ma di sicuro ero diventato bravo nell'operazione e per lo meno non credo di aver mai prolungato nessuna sofferenza. A volte (un paio) l'animale che era solo leggermente ferito provava a scappare correndo sulle zampe, l'allodola è buona camminatrice, e a nascondersi in un cespuglio o in una crepa del terreno. Allora quando la prendevo mi guardava  e il rimorso di quello che facevo mi perseguita anche adesso.
La mia conoscenza della cicorietta risale, con precisione ai primi anni sessanta, quando si andava insieme a Zio Renzo e a Maurizio Ortolani al dindarolo a uccidere allodole. La caccia alle allodole è inutilmente crudele e si basa sul fatto che questi uccelli hanno una attrazione misteriosa per le civette. Ho visto con i miei occhi punte di allodole deviare nel loro percorso per gettarsi a svolazzare intorno ad una civetta o a qualche cosa che le assomigliasse, legata su un trespolo in mezzo al campo. Bastava che sbattesse le ali un po'. La ragione di questa attrazione mi è completamente oscura, ma so che il mio compito nelle fredde e limpide giornate di ottobre era quello di muovere le ali del robottino meccanico che faceva le veci della civetta. Avemmo anche una civetta in carne e ossa, un prestito di un amico di papà, che tenemmo legata in cantina (mio padre diceva che le civette vivono al buio e che una cantina era quindi un luogo adeguato per tenerla) per un paio di settimane. Ma vivendo in città lo zimbello era di impaccio: troppa puzza nella cantina, troppo complesso nutrirla e trasportarle e dopotutto neanche molto soddisfacente il risultato. Ma cerchiamo di non divagare e torniamo al dindarolo dove nei campi incolti io immobile, se si eccettua il piccolo movimento del braccio, partecipavo all'uccisione delle allodole. Il toponimo dindarolo indicava i campi che si trovavano a destra della linea ferroviaria Roma-Viterbo all'altezza di Anguillara e che la costeggiavano verso nord. Dindarolo in romanesco vuole dire salvadanaio (dindano le monete nel suo interno, quando si scuote) e mio padre, chiamava così quei campi che, a dispetto del fatto di essere vicini a Roma, erano ricchi di ogni tipo di selvaggina: allodole, tordi migranti sui rari olivi, animali acquatici che prima di raggiungere il lago pascolavano nelle pozze che si formavano nelle parti basse in seguito alle piogge, e perfino lepri e fagiani. Alla fine delle interminabili ore ad attendere sotto la civetta, metallica o reale, l’arrivo delle allodole si passava agli altri adempimenti, primo tra tutti il consumo della frittata di pasta e la raccolta della cicoria. Infatti a ottobre-novembre, la cicoria rispunta dopo le secchie estive, ed è bella tenerella tanto da poter essere consumata cruda, da sola o in misticanza. Più che cicorietta si parlava di cicorie, ovvero un misto di erbe che in qualche modo era riferibile alla Cicoria (tarassaco, crespigno, pie di lepre…), e il tutto veniva profumato con qualche bulbo di aglio orsino e da qualche rametto di finocchiella selvatica e di mentuccia. Quest’ultima forse per esorcizzare l’ingiuriosa frase che mia nonna ci indirizzava quando si tornava senza nulla: pestamentuccia, l’insulto principe per il cacciatore delle campagne romane.
Ecco quindi la prima misticanza romana della mia vita, quella che dedico a mio padre:
La misticanza secondo Giorgio
Cicoria
Tarassaco
Crespigno
Finocchiella
Mentuccia
Aglietto (Aglio Orsino)

Misticanza romana - Introduzione I



Tra poco comincia la breve e intensa stagione della misticanza romana. Crescendo sarà buona cotta ma da ora fino a maggio si può mangiare cruda, magari condita, come faceva mia madre con la salsa delle puntarelle: alici, aglio, olio e aceto. Forse sono troppo estremista e sicuramente il periodo di raccolta si può allungare, togliendo nel caso qualche elemento che andando avanti con l'anno sarà diventato troppo coriaceo.

Misticanza vuole dire mescolanza e indica una insalata composta da varie erbe selvatiche mescolate insieme per dare una sinfonia di sapori, consistenze e odori. Per quello che so sulla misticanza sono debitore a varie persone, ad un paio di testi di botanica e a qualche sonetto. Nella Roma vecchia, la misticanza era indissolubilmente legata agli orti semi-selvatici che erano presenti nell'enorme perimetro delle mura aureliane, prima dell'arrivo dei piemontesi solo parzialmente abitato. C'erano invece i frati che portavano il giorno della questua le verdure selvatiche nelle case dei romani come ci ricorda il Belli: “Tu fatte lègge er libbro che cià er frate che porta er venerdì la mistocanza”. Lo stretto legame misticanza- Roma - frati è sottolineato anche dallo Iandolo (mio parente acquisito) che così scrive:


Misticanza d’indiviola
D’erba noce e de ricetta,
caccialepre e lattughella,
cò dù fronne de rughetta:
misticanza delicata,
saporita, profumata!
C’era ancora dentro er sole,
c’era l’aria frizzantina,
de quell’orto de li frati
sopra a piazza Barberina.

Ho avuto parecchi maestri e, come vedremo, maestre, dai quali ho imparato che non esiste la "misticanza perfetta" ma che la composizione in erbe è cosa dibattuta e sicuramente variabile nelle differenti parti del paese in base alla disponibilità e sicuramente al gusto. Ma noi rimaniamo nel Lazio e prendiamo come indicazione, per lo meno iniziale la poesia di Romeo Collalti, poeta romanesco a cavallo del secolo (quello passato) e noto per i suoi sonetti gastronomici. Ecco qua la composizione - probabilmente la più completa - della misticanza per Romeo Collalti:

La misticanza è un piatto che fa gola
L'armonia de' l'odori più perfetta:
Er crispigno, l'ojosa, la riccetta
L'acetosa, er crescione, l'indiviola

La cariota, un'inticchia de' ruchetta
Co' quella grinta sua che c'ha lei sola
L'erba noce du' fronne d'ascarola
Er piedigallo, un po' de' cicorietta

E metti caccialepre, lattughello
E piede de papavero e porcacchia
E metti bucalossi e pimpinella.

Fra tutte `ste verdure er monno è un prato,
E tu te ce scaprioli tra la pacchia
De `ste ghiottonerie che Dio c'ha dato.

Laconicamente, il mio collega botanico, Alessandro Travaglini, risponde così alla mia richiesta di lumi sul sonetto:


A Roma (nomi dialettali): piè di gallo (Chrysanthemum segetum), oiosa (Tordylium apulum), crispigne (Sonchus sp.pl.), piede di papavero (Papaver rhoeas), caccialepre (Reichardia picroides), cornetti (Silene vulgaris), raponzoli (Campanula rapunculus), cicoria o mazzocchi (Cichorium intybus), porcacchia (Portulaca oleracea), pimpinella o erba noce (Sanguisorba minor), acetosa (Oxalys sp. pl.), crescione (Nasturtium officinalis), indiviola (Cichorium endivia crispum), ruchetta (Eruca sativa), ascarola (Cichorium endivia latifolium), lattughello (Chondrilla juncea)
Di molte di queste specie si usano le foglie basali o le piante in fase di sviluppo vegetativo (germogli), della campanula foglie e radici.  Non è detto che si usino tutte le specie, se ne possono usare anche solo alcune.

Come avete potuto vedere, neanche l'esperto amico botanico è riuscito a capire cosa sia esattamentela riccetta e il bucalossi, mentre in alcuni casi (acetosa, crispigno e forse cicoria) indica come vedremo, un gruppo di specie affini.

Un altro poeta, Leonardo Spicaglia, questa volta della Tuscia così ci elenca gli ingredienti della misticanza in questo indimenticabile sonetto:



Quanno sapete che fa tempo bbello

annate in dove ce so' li prati sòdi,

co' 'na bbusta de plastica e un cortello.

Per arivacce ce so' tanti modi.



Ma er ppiù mejo sarebbe annà a pedagna.

Cominciate a cercà si tra l'erbetta 

ppe' caso ce sta quela che se magna.

Si, propio quela llì:  la cicorietta.



Ma si a voi nun ve piace er gusto amaro 

c'è er cacialepre co' la finocchiella 

er sucamèle co' 'n po' de paparo.



ppe' finì' de fa' la misticanza 

l'acido agretto de la pimpinella.

Ve fa bon sangue e fa calà la panza.

Le erbe sono più o meno le stesse del sonetto precedente con l'eccezione della finocchiella (Foeniculum vulgare, Miller) e del misterioso succamele (Forse la pugliese Sporchia ovvero la Orobanche crenata ma ne discuteremo dopo). Purtroppo il sonetto è "macchiato" nella sua poeticità dal terzo verso "con' 'na busta de plastica..." che francamente si poteva evitare. 
Ultimo sonetto che mi ha fatto da guida nella ricerca delle componenti base dell'insalata romana per eccellenza è quello di Benedetto Micheli


Primofior, grispigno, ogliosa,
piedigal, ruca e acetosa,
se riccoglie, in qua e là,
e se fa misticanzina
che magnalla una riggina
se potrebbe contentà

Qui l'erba misteriosa è rappresentata dal "primofior" che forse è la margherita marzolina, edibile se non eccelsa.

Finisco questo post introduttivo dicendo che è mia presunzione un processo di codificazione di questa profumata insalata, per cui nel blog eliminerò e aggiungerò a mio insindacabile parere le erbe dei miei prati e della mia anima.


lunedì 26 settembre 2011

Ruchetta, Rughetta, Rucola selvatica (Famiglia Brassicaceae)


La Ruchetta (Diplotaxis tenuifolia L.) è una pianta erbacea perenne con foglie pennate, carnose, più o meno profondamente incise, dentate, di sapore piccante; i fiori sono di colore giallo vivo. Cresce ovunque nei campi incolti, sui bordi delle strade, prediligendo terreri brulli e non argillosi. Si raccoglie da marzo a ottobre-novembre in gran parte del paese.






Non può mancare in nessuna misticanza e accompagna carpacci di carne e tartare di pesce, dando forza e allegria al piatto.
Il sapore, inconfondibile è più forte e più persistente della rucola, la congenere coltivata che è facile da reperire in frutteria, nei supermercati e nei menù di molti ristoranti. La rucola coltivata appartiene ad un’altra specie (Eruca sativa Mill). E anche’essa si può trovare nei campi ma, almeno nelle mie zone dove imperversa la ruchetta, con più difficoltà,
Ricette
Quando leggo su un menù un qualsiasi piatto nel quale compare la parola rucola, la mano va alla pistola. Questo mio atteggiamento è un inutile snobismo derivato dall’iper uso di quest’erba iniziato una ventina di anni fa. Qualunque trattoria di quartiere che voleva fare il passo più lungo della gamba, abbandonava i bucatini alla amatriciana per gettarsi su farseschi piatti nei quali il forte sapore della rucola copriva quello di tutti gli altri ingredienti. Oltre che inutile, il mio è uno snobismo controproducente, visto che molti dei piatti in cui compare sono ottimi, come per esempio i carpacci, alcune paste, e non ultimo una banale insalata con pachino (altro termine di cui diffido) e mozzarella. È questa dopo il finocchio, la seconda erba che cito che non può mancare nella misticanza romana.